D.S.A.: come affrontare lo studio e i compiti a casa

Quanto tempo occupa lo studio nella vita dei ragazzi?

Se pensiamo che un ragazzo trascorre a scuola tutta la mattina e dedica ai compiti buona parte del pomeriggio, la risposta è sicuramente gran parte della giornata!

Studiare è un’attività complessa che implica necessariamente molto impegno, ma con le giuste strategie è possibile risparmiare tempo ed energie. Studiare e fare i compiti può essere molto difficile, sopratutto per i bambini e i ragazzi che hanno difficoltà di apprendimento, ma non è mai impossibile!

E’ importante organizzare i tempi dei compiti a casa e dello studio

Dato che lo studio e i compiti a casa occupano molto tempo nella vita di un ragazzo, é importante pianificare i tempi. Può essere un buon metodo quello di strutturare ed organizzare il tempo: si può scrivere un programma/fare un cartellone da attaccare vicino alla scrivania dove studia il ragazzo.

La pianificazione deve prevedere pause breve e frequenti e deve prevedere sia il momento di studio sia il momento di svago.

Nel caso di bimbi e ragazzi con difficoltà di apprendimento, che quindi potrebbero necessitare di tempi maggiori per lo svolgimento dei compiti a casa, si deve cercare di non “rubare” tempo alle attività di svago a causa dei compiti.

Non esiste un buon metodo di studio in assoluto, deve essere personalizzato!

È importante sottolineare che non c’è un’unica formula sempre valida e utile per tutti (non esistono formule magiche!) ma ognuno deve mettere a punto il proprio metodo di studio. Il punto di partenza deve sempre essere un’analisi del profilo di funzionamento cognitivo/di apprendimento del bambino/ragazzo, identificando i punti di forza e i punti di debolezza. Naturalmente in questo il supporto di un tutor specializzato può essere fondamentale, soprattutto nelle fasi iniziali.

RICORDA: lo studio, e quindi un buon metodo di studio, parte già a scuola!! Un buon modo di prendere appunti, un buon modo di ascoltare ciò che viene detto da maestre e professori è già un ottimo inizio!

 

La sottolineatura

La sottolineatura è un ottimo modo di approcciare un testo scritto che deve essere studiato.

Può capitare di trovarsi davanti ad un testo senza sapere da che parte farsi. Ecco, il punto di partenza può essere quello di sottolineare, durante la lettura (con gli occhi o “con le orecchie” nel caso di sintesi vocale), i concetti importanti.

La sottolineatura predispone e facilita lo studio: una volta sottolineati nel testo i concetti/parole chiave da ricordare si avrà già in evidenza il materiale da ripetere o da inserire in una mappa concettuale.

Cosa sottolineare?

  • Parole chiave
  • Concetti fondamentali

Come sottolineare?

  • Usare colori diversi (possibilmente utilizzando uno schema che si ripete: i titoli con il verde, le date con il giallo..)
  • Usare tipi di sottolineatura diversi (esempio: matita colorata, pennarello, evidenziatore..)
  • Usare cerchi, riquadri, frecce ecc..

 

Quali consigli per i bambini/ragazzi con dislessia?

I bambini/ragazzi con dislessia (disturbo di lettura) possono avere problemi nelle materie di studio (storia, scienze..) per due motivi:

  1. difficoltà nella lettura del testo scritto
  2. difficoltà nella comprensione di quanto leggono

E’ possibile che vostro figlio legga molto lentamente ma riesca a comprendere bene ciò che legge, oppure che vostro figlio legga veloce ma senza comprendere ciò che legge (magari per un sovraccarico cognitivo).

E’ importante capire cosa può aiutare il bambino/ragazzo, ricordandosi che non ci sono regole generali. Alcuni traggono vantaggio dall’utilizzo della sintesi vocali o dall’adulto che legge per loro mentre altri riescono a comprendere meglio se sono loro stessi a leggere.

Non è vero che tutti i bambini/ragazzi dislessici traggono vantaggio dall’uso della sintesi vocale

Non è vero che tutti i bambini/ragazzi dislessici trovano utile che qualcuno legga per loro

Non è vero che tutti i bambini/ragazzi dislessici sono aiutati dall’utilizzo di mappe concettuali nello studio

Non è vero che tutti i bambini/ragazzi dislessici comprendono meglio se leggono ad alta voce (anzi, in genere la comprensione è facilitata da una lettura silenziosa o a bassa voce)

→ OGNUNO HA CARATTERISTICHE DIVERSE quindi OGNUNO HA IL SUO METODO DI STUDIO

Quali consigli per i bambini/ragazzi con disortografia o disgrafia?

I bambini con disortografia e/o disgrafia possono avere difficoltà nelle materie di studio, nello specifico possono avere difficoltà:

  1. nella creazione di mappe concettuali
  2. nell’elaborazione di riassunti, schemi che servono per il ripasso

Come sempre vale la regola che non ci sono soluzioni valide per tutti ma ogni bambino/ragazzo, in base al suo stile cognitivo, trae vantaggio da specifiche strategie e accorgimenti.

Riassumendo, alcuni consigli generali per lo svolgimento dei compiti a casa:

  • organizzare e pianificare il momento dei compiti a casa (creare una routine)
  • fare pause brevi e frequenti
  • prevedere sempre attività di svago durante il pomeriggio (non solo compito)
  • utilizzare mappe concettuali che contengano poco testo scritto (parole chiave e/o immagini)
  • utilizzare la sottolineatura per approcciare al testo scritto da studiare
  • utilizzare mappe concettuali che contengano singole parole o immagini (eventualmente con l’aiuto di un genitore/tutor)
  • utilizzare software che consentano di “ascoltare” la mappa creata
  • organizzare il materiale e avere ordine (esempio: tenere cartellina per ogni materia con all’interno tutte le mappe/schemi..)
  • aiutare il bambino/ragazzo senza sostituirsi, cercando sempre di migliorare il suo livello di autonomia

 

 

 

Ansia: conoscerne le principali caratteristiche

Ansia: definizione e significato

L’ansia di per sé non è un fenomeno anormale. Si tratta di un’emozione di base, che comporta uno stato di attivazione dell’organismo che si attiva quando una situazione viene percepita soggettivamente come pericolosa.

Nella specie umana l’ansia si traduce in una tendenza immediata all’esplorazione dell’ambiente, nella ricerca di rassicurazioni o vie di fuga. Inoltre l’ansia è accompagnata anche da una serie di fenomeni neurovegetativi come l’aumento della pressione arteriosa e della frequenza cardiaca, sudorazione, palpitazioni, tremori…

Tali fenomeni dipendono dal fatto che, ipotizzando di trovarsi in una situazione di reale pericolo, l’organismo in ansia ha bisogno della massima energia muscolare a disposizione, per poter scappare o attaccare in modo più efficace possibile, garantendosi la sopravvivenza.

L’ansia quindi non è solo un disturbo, ma una condizione fisiologica importante che ci consente di mantenere uno stato di allerta tale da proteggerci da eventuali rischi e da migliorare le prestazioni in un compito.

L’American Psichiatric Association (1994), descrive l’ansia come “L’anticipazione apprensiva di un pericolo o di un evento negativo futuri, accompagnata da sentimenti di disforia o da sintomi fisici di tensione. Gli elementi esposti al rischio possono appartenere sia al mondo interno che a quello esterno” (APA, 1994; cit. in: Franceschina et al., 2004, p. 213).

 Ansia e Paura: distinguerle per riconoscerle
La paura può essere definita come una reazione funzionale ad affrontare un pericolo imminente, mentre l’ansia viene definita come un sistema di risposta più complesso che coinvolge fattori cognitivi, emotivi, comportamentali e fisiologici. Inoltre, chi soffre di ansia in genere tende ad evitare le situazioni che generano preoccupazione o ad affrontarle con estremo disagio.

Ad esempio la paura è quella sensazione che sperimentiamo quando un cane di grossa taglia ci corre incontro abbaiando, mentre possiamo sperimentare ansia pensando al futuro.

E’ bene sottolineare che sia l’ansia che la paura non sono necessariamente sensazioni negative, ma al contrario possono essere fondamentali per la sopravvivenza poiché preparano l’organismo ad affrontare un pericolo.

La paura, infatti, è fondamentale nella risposta di “attacco o fuga” perché ci permette di mobilitare tutte le risorse necessarie per affrontare una minaccia o, in alternativa, fuggire. Per questo motivo nelle giuste circostanze una reazione di paura può salvarci la vita. Allo stesso modo, l’ansia ci aiuta ad individuare minacce future, per cui un’ansia non eccessiva ci permette di rispondere prontamente agli stimoli esterni.

Quando si parla di Disturbo d’Ansia?

Quando l’attivazione fisiologica è eccessiva, ingiustificata o sproporzionata rispetto alla situazione, probabilmente possiamo trovarci di fronte ad un disturbo d’ansia. In questo caso non si parla più di ansia come condizione fisiologica ma di ansia come patologia. L’ansia può diventare un problema quando è troppo prolungata e/o sproporzionata rispetto alla situazione che ci troviamo a dover affrontare. L’ansia patologica comprende 3 aspetti principali: cognitivo (pensieri intrusivi), emotivo (agitazione), vegetativo (attivazione fisiologica). L’ansia diventa patologica quando la minaccia percepita diventa interna e l’attivazione fisiologica viene valutata in modo catastrofico.

Quando rivolgersi allo psicologo?

Quando ci si rende conto che le regole del buon senso e gli accorgimenti di base non sono sufficienti, quando si vuole capire meglio cosa sta accadendo, quando emerge l’esigenza di trovare la giusta soluzione ad un problema. È bene tenere presente che rivolgersi ad un professionista non significa dovere iniziare un percorso che dura anni ma la durata è variabile a seconda del problema presentato considerando che ogni persona è unica e diversa dalle altre.

 

Psicologa Dott.ssa Giulia Amaducci: 3497708441 – giulia.amaducci@outlook.it

 

 

 

 

 

Disturbi psicosomatici: gli stress che possono provocarli

I sentimenti e le emozioni sia positive sia negative influenzano le reazioni del nostro corpo ovvero del soma: un’emozione positiva può spronare a fare meglio, mentre una negativa può indurre verso uno stato d’animo che porta a vedere solo il bicchiere mezzo vuoto e infine, riflettersi negativamente anche sullo stato di salute.

I disturbi psicosomatici, in effetti, si caratterizzano per la presenza di sintomi fisici come possono essere il mal di testa, il mal di stomaco, persino il mal di schiena. A volte la sintomatologia non trova riscontro in una condizione medica definita e quindi, il disturbo origina con buona probabilità, da un conflitto interno e dunque di tipo psicologico.

La comparsa di un disturbo psicosomatico di solito, è legata a un evento particolarmente stressante che non fa altro che attivare il sistema nervoso autonomo che mette in atto una risposta simile a quella che potrebbe attivare in un momento di difficoltà e paura, ecco quindi, che ci si può ritrovare a fare i conti con la tachicardia o l’iperventilazione.

Social Readjustement Rating Scale  

In seguito ad alcuni studi clinici messi a punto negli anni ’60 nell’Università di Washington è stato stilato il Social Readjustement Rating Scale, una raccolta di 42 eventi o situazioni che si è visto, solitamente, preludono allo sviluppo di malattie psicosomatiche. «Nella lista si legge che i primi avvenimenti sono la morte del coniuge, la separazione, un lutto, ma anche, più avanti, molto più banalmente eventi come le vacanze, il Natale o il cambiamento di residenza- chiarisce Elena Vegni professore associato di psicologia clinica presso l’Università degli Studi di Milano- È chiaro che gli item menzionati non sono motivo di disturbi psicosomatici per tutti, ma possono diventarlo in base a una serie di altri criteri più interni alla persona, come possono essere l’esposizione precedente ad altri eventi stressanti che hanno dunque determinato una certa labilità emotiva che sfocia nella somatizzazione per esposizione anche solo a un cambiamento minore o addirittura positivo, come può esserlo una promozione sul lavoro o il cambio di casa. Eventi positivi, magari attesi da qualche tempo, che però seguono eventi meno positivi che fanno letteralmente saltare il nostro sistema di adattamento».

Non tutti reagiscono somatizzando  

La somatizzazione, tuttavia, non è processo comune a tutti gli individui come continua a chiarire la professoressa Vegni: «A volte ci sono persone davvero provate dalla vita capaci di far fronte all’ennesimo assalto con l’adattamento e l’attuazione di meccanismi difensivi che gli permettono di superare il nuovo ostacolo senza la somatizzazione, ma magari attraverso l’umorismo o la sublimazione ovvero la ricerca della forza d’animo nelle proprie passioni come possono esserlo la musica, il ballo, la recitazione, la pittura o la scrittura».

Somatizzazione: quali apparati coinvolti?  

L’individuazione della presenza di un disturbo somatico è tutt’altro che semplice e anche la diagnosi è un vero e proprio percorso in salita, poiché i sintomi possono coinvolgere praticamente tutti i distretti corporei da quello gastrointestinale con nausea, vomito, diarrea e intolleranza ai cibi, a quello cardiocircolatorio con aritmie, ipertensione e tachicardia, a quello muscolare con sintomi come mal di schiena, torcicollo e mialgie, alla presenza di disturbi dermatologici come acne, psoriasi, prurito e orticaria, fino alla comparsa dei disturbi pseudo neurologici come difficoltà a deglutire, cecità o sordità.

Immunizzarsi allo stress non è possibile, ma ci sono elementi che possono contribuire alla nostra resilienza ovvero alla capacità di adattarci e proteggerci come conclude la professoressa Vegni: «La nostra resilienza è determinata da fattori interni ed esterni. Fra quelli interni vi è la capacità di coping intendendo con tale termine gli strumenti psicologici, cognitivi ed emotivi, con cui facciamo fronte agli avvenimenti. Di fronte a una difficoltà i modi per reagire sono tanti e diversi: ci si può arrabbiare, piangere, cercare una soluzione, porsi interrogativi; ognuna di queste modalità implica un certo far fronte agli eventi, resistervi e riemergere. Per quanto riguarda i fattori esterni sono importanti la presenza di una solida rete sociale e la consapevolezza di poter contare su un supporto familiare, amicale e professionale che funga da cuscinetto di protezione nei confronti degli stressor più comuni»

FONTE: http://www.lastampa.it/2017/09/12/scienza/benessere/disturbi-psicosomatici-gli-stress-che-possono-provocarli-uP9tn88YycwPBMnwsAG65L/pagina.html

 

 

Lesione cerebrale: 13 consigli per il familiare

I familiari di una persona che ha subito una lesione cerebrale possono risentire in modo molto severo della presenza della disabilità acquisita e sviluppare disturbi secondari a stress acuto e cronico non gestito.

Il mio lavoro consiste anche nell’aiutare i parenti ad andare oltre la lesione del proprio caro e a tornare a condurre una vita quanto più possibile normale.

Alcuni suggerimenti per provare ad arginare la tensione e lo stress:

  1. Chiedi aiuto a persone o gruppi di supporto locali: non sovraccaricarti di responsabilità
  2. Cerca di fare una lista di attività “stressanti” e di sostituire queste, una alla volta, con attività più piacevoli
  3. Ritagliati del tempo per fare qualcosa per te. E basta.
  4. Incoraggia il tuo caro a ritornare autonomo, cerca di non sostituirti a lui nelle azioni che può compiere. Puoi aiutarlo fornendo le istruzioni necessarie, delle immagini o tutto ciò che ti sembra utile al completamento di un determinato compito (accertati, prima, che quel compito sia davvero in grado di svolgerlo)
  5. Cerca informazioni sulla lesione cerebrale e sulle specifiche difficoltà che può causare. Avere queste nozioni ti aiuterà a capire il motivo per cui il tuo caro si comporta in modo diverso. Ti può aiutare a capire cosa puoi aspettarti dal futuro, i modi in cui puoi favorire il suo recupero
  6. Parla apertamente e regolarmente con gli altri membri della famiglia di come ti senti, di cosa provi, di cosa ti preoccupa. Se ti senti teso/a, condividi questa sensazione con chi ti sta intorno
  7. Fai un elenco di attività e momenti piacevoli che passavi con la tua famiglia prima che arrivasse la lesione e prova a fare almeno UNA di queste cose a settimana, come fosse la Pillola della Serenità, solo che in farmacia non la trovi…
  8. Riposa ogni volta che ti è possibile
  9. Parla con il tuo medico se noti cambiamenti importanti. Potrebbero riguardare l’appetito, il peso, le abitudini del sonno. Potresti avere bisogno di tirare un po’ su l’umore.
  10. Prova a dedicarti regolarmente all’esercizio e all’attività fisica. Alcune idee: yoga, meditazione, massaggio, respirazione profonda… non sentirti in colpa, devi concederti delle coccole
  11. Impara una tecnica di rilassamento: dal training autogeno al rilassamento muscolare, potresti avere enormi benefici
  12. Evita gli psico-stimolanti che creano dipendenza come la caffeina e l’alcol: saranno solo pesi aggiuntivi
  13. Tieniti impegnato/a con attività creative e gratificanti: seleziona un hobby e dedicatici
  14. … comincia oggi stesso!

 

FONTE: http://www.hafricah.net/lesione-cerebrale-risorse-anti-stress-la-famiglia

Chi è lo psicologo e quando consultarlo?

Chi è lo Psicologo?

Lo psicologo è una figura professionale che ha conseguito una laurea magistrale e successivamente abilitata all’esercizio della professione, che aiuta le persone ad individuare e fare emergere le proprie risorse per affrontare una situazione/un periodo di vita difficile. Tra le sue attività si occupa di consulenza e sostegno, prevenzione e riabilitazione, diagnosi e valutazione delle problematiche psicologiche.

Quando rivolgersi ad uno psicologo?

Tutti possono rivolgersi allo psicologo: singoli, coppie e famiglie.

E’ utile consultare uno psicologo per problemi come:

  • difficoltà a gestire lo stress (nella quotidianità e nei cambiamenti di vita importanti);
  • ansia e depressione;
  • problemi legati al sonno;
  • difficoltà a gestire le emozioni;
  • problemi con l’alimentazione;
  • problemi di coppia;
  • difficoltà nella gestione e nel rapporto con i figli.

Quando mi devo sottoporre ad una visita neuropsicologica?

Quando è necessario sottoporsi ad una visita neuropsicologica?
In qualunque caso ci sia preoccupazione riguardo la propria salute cognitiva o quella dei propri familiari. In alcuni casi la persona riscontra difficoltà a ricordare eventi recenti, a prestare attenzione e concentrarsi (ad esempio nel seguire un film o programma in televisione), a orientarsi nello spazio in ambienti familiari o nel tempo (che giorno è oggi?), a trovare le parole o i nomi, a mantenere un comportamento adeguato nelle diverse situazioni di vita quotidiana. In questi casi la visita neuropsicologica può essere di fondamentale importanza, sia per valutare lo stato del funzionamento cognitivo sia per programmare tempestivi interventi di riabilitazione/potenziamento. In generale, la valutazione neuropsicologica è utile quando si vuole trovare una risposta alla domanda “Il mio cervello funziona bene?”. Una visita neuropsicologica può richiedere dalle 2 alle 6h complessive (più incontri), in base alla complessità del caso e alle condizioni generali della persona come ad esempio il livello di affaticabilità. Lo scopo della visita è quello di studiare la presenza e l’entità della compromissione cognitiva ed eventualmente la predisposizione di un programma individualizzato di neuro-riabilitazione.