Disturbo Depressivo Maggiore

La depressione maggiore è un disturbo dell’umore caratterizzato da tristezza e pensieri negativi e tendenti al pessimismo circa se stessi, il futuro e il mondo in generale. La maggior parte delle persone che soffre di depressione abbandona gran parte delle attività che prima svolgeva, passa la giornata a dormire o a rimuginare sulle proprie preoccupazioni. Oggi circa il 15 % della popolazione soffre di un episodio depressivo maggiore nella propria vita, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2020 la depressione è il disturbo psichiatrico più diffuso al mondo e in generale la seconda patologia dopo le malattie cardiovascolari. La ricerca scientifica mostra una maggiore diffusione nelle donne rispetto agli uomini (25% delle donne e 12% degli uomini), questa differenza sembrerebbe dovuta al fatto che le donne manifestano più sentimenti di tristezza, sono più autocritiche e tendono più a chiedere aiuto.

Gli eventi che possono scatenare un episodio depressivo sono diversi e possono essere sia negativi (un lutto, un licenziamento, la fine di una relazione, il trasferimento in una città diversa dalla propria) che positivi (il matrimonio, la nascita di un figlio). L’insorgenza della depressione non è legata ad un’unica causa ma la comunità scientifica riconosce l’influenza di fattori biologici (ereditarietà, modifica nei livelli neurotrasmettitori, disregolazione del sistema neuroendocrino), ambientali (educazione ricevuta, esperienze di vita, perdite importanti) e psicologici (stili di pensiero che influenzano il mondo di interpretare gli eventi). Nessuno di questi fattori porta necessariamente a sviluppare un disturbo depressivo, ma contribuiscono a determinare una maggiore vulnerabilità allo sviluppo del disturbo.

Sintomi principali del disturbo depressivo maggiore:

  • Umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi ogni giorno
  • Diminuzione di interesse/piacere per le attività della vita quotidiana che prima risultavano piacevoli
  • Diminuzione o aumento di peso e/o dell’appetito
  • Variazioni relative al sonno: insonnia o ipersonnia
  • Mancana di energia/affaticamento
  • Difficoltà di concentrazione
  • Tendenza a valutare negativamente se stessi, il mondo e il futuro
  • Senso di colpa eccessivo
  • Pensieri ricorrenti di morte o di suicidio

I sintomi variano da persona a persona, devono essere presenti per un periodo di almeno 2 settimane e rappresentare un cambiamento rispetto al precedente funzionamento della persona. Anche il livello di gravità è variabile, quando la sintomatologia è grave il livello di intensità è maggiore, più prolungata nel tempo e legata a maggiore compromissione del funzionamento personale, sociale e lavorativo.

Trattamento del disturbo depressivo maggiore

Attualmente il trattamento più efficace sembra essere la combinazione di farmacologia e psicoterapia cognitivo-comportamentale. Il trattamento farmacologico è importante ed efficace soprattutto nelle forme più gravi della depressione. La psicoterapia cognitivo-comportamentale rappresenta invece una soluzione efficace per superare la depressione nel tempo. Un primo obiettivo è quello di interrompere il circolo vizioso della depressione per cui la persona abbandona la maggior parte delle attività che svolgeva provando sempre più tristezza. Altro obiettivo è quello che di diventare sempre più consapevole del proprio stile di pensiero per riuscire a modificare, con l’aiuto del terapeuta, le proprie convinzioni negative su se stesso e sul mondo.

Attacchi di panico e Disturbo di Panico

L’attacco di panico consiste in una manifestazione di ansia improvvisa e molto intensa, produce una risposta soggettiva di paura o impotenza e ha durata limitata (massimo 20 minuti). La persona che lo sperimenta vive una sensazione di catastrofe imminente accompagnata da uno stato di attivazione fisiologica molto intensa. Tipicamente le persone hanno la sensazione di impazzire o di avere un attacco di cuore, ma queste sensazioni dipendono unicamente dai meccanismi fisiologici che fanno scattare l’attacco che non provoca reali effetti dannosi sul corpo. Dopo il primo attacco di panico la persona teme che possa accadere di nuovo sviluppando ansia anticipatoria e innescando un “circolo vizioso” che potrebbe trasformare il singolo attacco di panico in un disturbo di panico. Il disturbo di panico è caratterizzato da ricorrenti e inaspettati attacchi di panico, dalla costante preoccupazione di avere altri attacchi e dall’adattamento del proprio comportamento per cercare di prevenire tali attacchi (es. evitare luoghi tipici dove si verificano gli attacchi). La preoccupazione di avere altri attacchi di panico dura più di un mese e causa compromissione in più aree della vita della persona (familiare, sociale , lavorativa).

Sintomi principali degli attacchi di panico:

  • Tachicardia
  • Sudorazione
  • Palpitazioni/Dolore al petto
  • Tremore/Formicolio
  • Sensazione di soffocamento
  • Nausea
  • Vertigini/Svenimento
  • Brividi o vampate di calore
  • Derealizzazione o depersonalizzazione
  • Paura di perdere il controllo o di impazzire
  • Paura di morire

Gli attacchi di panico sono molti diffusi, soprattutto fra i giovani. Si stima che circa il 30% delle persone sperimenta un attacco di panico una volta nella vita e circa il 2-3% soffre di un disturbo di panico. L’età media di esordio è a 20-24 anni ed è molto più comune nelle donne rispetto agli uomini (si osserva un rapporto di 2:1). I fattori che interagiscono fra loro per portare allo sviluppo di attacchi di panico sono molteplici, predisposizione genetica, circostanze ambientali familiari ed eventi stressanti.

Come si interviene? La terapia psicologica supportata dalla scienza per il trattamento degli attacchi di panico è la terapia cognitivo-comportamentale che deve il suo successo allo sforzo collaborativo fra paziente e terapeuta. Si tratta di una terapia relativamente breve che si propone di aumentare la tolleranza all’ansia o al disagio, eliminare i comportamenti di evitamento delle situazioni temute e incrementare la capacità di valutazione cognitiva.

Quando è utile rivolgersi ad uno psicologo?

Nell’immaginario comune, dallo psicologo ci deve andare chi sta molto male o chi ha grossi problemi da dover risolvere, per dirla in termini più volgari, dallo psicologo deve andarci chi è “matto”. In realtà sono tanti i motivi per cui può essere utile fare una prima visita psicologica, che poi può trasformarsi in assessment psicologico strutturato ed eventualmente in percorso terapeutico. E’ infatti importante sottolineare che rivolgersi ad uno psicologo/psicoterapeuta per una prima consulenza, non significa per forza dover iniziare un percorso di terapia lungo anni (così come è nell’immaginario comune). Vediamo insieme una serie di situazioni (diciamo subito che non è un elenco esaustivo, ma solo qualche spunto) in cui può essere utile rivolgersi ad uno psicologo. In primis, una consulenza psicologica può essere utile se ti senti di avere emozioni/sensazioni che hanno un impatto forte sulla tua vita quotidiana e quindi sul tuo funzionamento familiare, sociale e lavorativo/di studio (ad esempio: forte ansia, preoccupazione o tristezza) o anche se stai attraversando un periodo particolare della tua vita: se ci sono stati cambiamenti importanti (cambio di lavoro, fine di una relazione sentimentale, nascita di un figlio), se sono successi avvenimenti spiacevoli/gravi (ad esempio il lutto per la perdita di una persona cara) e quindi hai bisogno di rielaborare la nuova situazione/realtà che ti trovi a vivere. Un altra situazione in cui può essere utile rivolgersi ad uno psicologo è se ti prendi cura quotidianamente di una persona a te cara che ha problemi di salute e non sai come gestire la situazione e/o il carico emotivo (e non solo) che questo genera in te o altrettanto se una persona a te cara avrebbe secondo te bisogno di una terapia psicologica ma non vuole farlo in prima persona. Ancora, se ti senti in forte disagio o sei preoccupato di essere giudicato quando ti trovi in mezzo ad altre persone, soprattutto se non le conosci bene o se tendi spesso ad evitare di esprimere la tua opinione per paura che possa non essere condivisa o essere giudicata negativamente. E’ utile rivolgersi ad uno psicologo anche nel caso in cui tu non ti senta di avere un problema particolarmente grave ma ti sembra che la tua vita non sia più la stessa (“non sto più come prima”), come se percepisse un calo, più o meno drastico, della tua qualità di vita in termini di benessere psicofisico. Per sfatare completamente il mito dello “psicologo che cura i matti”, sottolineiamo che una consulenza psicologica, ed eventuale psicoterapia, può essere utile anche nel caso in cui semplicemente ti piacerebbe conoscere meglio i tuoi punti di forza e di debolezza ed approfondire la conoscenza di te stesso: dei tuoi pensieri e dei tuoi comportamenti, diventandone quindi più consapevole.

Il Disturbo Oppositivo-Provocatorio (DOP): quando preoccuparsi, la diagnosi e l’intervento

Il disturbo Oppositivo-Provocatorio (DOP) è un disturbo del comportamento che si manifesta di solito intorno ai 6-7 anni ed è molto più frequente nei maschi che nelle femmine. Il bambino con questo disturbo non riesce a controllare le sue emozioni ed i suoi comportamenti. Gli aspetti comportamentali più evidenti, che costituiscono il focus della sintomatologia, sono: umore collerico/irritabile e comportamenti vendicativi/oppositivi. La diagnosi di DOP può essere fatta da psicologi esperti in disturbi del neurosviluppo o da neuropsichiatri infantili e si basa su: osservazione clinica diretta del bambino in ambulatorio (o anche in altro contesto: scuola, casa); colloqui con genitori/insegnanti/allenatori sportivi e somministrazione di questionari a genitori/insegnanti (ad esempio sono molto utilizzate le Scale Conners). Scendendo più nello specifico dei criteri diagnostici, i sintomi principali (umore collerico/irritato e comportamenti vendicativi/oppositivi) devono essere presenti da almeno 6 mesi ed i comportamenti di cui sopra devono essere presenti almeno 1-2 volte a settimana. Questi comportamenti devono verificarsi in tutti i contesti (ad esempio, non devono essere presenti solo a casa). Il bambino con DOP può arrabbiarsi molto anche per situazioni minime: perde ad un gioco, il compagno gli prende la penna, non gli viene data la parola quando la richiede, il genitore dice di no all’acquisto di qualcosa. Il bambino è spesso molto permaloso: “tiene il muso” anche per molto tempo e a distanza dall’evento scatenante (ad esempio, dopo qualche giorno), se la può prendere per battutine leggere o addirittura per un complimento. Inoltre, spesso risulta polemico anche nei confronti dell’autorità (insegnante, genitore, terapeuta).
Come si interviene? I principali tipi di intervento con bambini che hanno diagnosi di DOP sono: il Parent-training o Teacher-training; la terapia individuale cognitivo-comportamentale e la terapia di gruppo (3-4 partecipanti). All’interno del Parent-training/Teacher-training, genitori ed insegnanti vengono addestrati a riconoscere le situazioni a rischio (prevenire) e a gestire i comportamenti di crisi (cosa fare e non fare). Nella terapia cognitivo-comportamentale individuale, consigliata dai 8-9 anni in su, si utilizza lo schema ABC cognitivo: si lavora quindi sui pensieri e sulle credenze del bambino che innescano il “comportamento crisi”. Nella terapia di gruppo, si lavora sul rinforzo di comportamenti “buoni” (token-economy) e si applicano strategie come il time-out o il time-in (il bambino viene temporaneamente isolato dal gioco, uscendo o rimanendo in stanza, se mette in atto comportamenti “non buoni”). Per quanto riguarda l’evoluzione/prognosi del DOP, è importante sottolineare che di fronte a tale disturbo è necessario rivolgersi subito a specialisti al fine di una presa in carico di intervento. Se non adeguatamente trattato, la prognosi di tale disturbo può infatti essere negativa. Spesso, questo disturbo, può infatti diventare un Disturbo della condotta o un Disturbo di personalità antisociale in età adulta.

Cos’è il mutismo selettivo? Perché alcuni bambini non parlano in specifiche situazioni sociali?

Il mutismo selettivo è un disturbo neuropsichiatrico che si manifesta nei bambini e consiste nell’incapacità di parlare in specifiche situazioni sociali, in presenza di capacità di linguaggio pienamente nella norma. Lo stesso bambino/a è infatti in grado di parlare normalmente in contesti ritenuti familiari.

Secondo il DSM 5 (manuale diagnostico dei disturbi mentali), il mutismo selettivo si classifica come un disturbo d’ansia. E’ un disturbo raro, che colpisce circa l’1% dei bambini in età scolare, ed è più frequente nelle femmine. I sintomi solitamente esordiscono intorno ai 3-4 anni (alla scuola dell’infanzia).

È possibile identificare una serie di “campanelli d’allarme” o sintomi caratteristici del disturbo: riluttanza o rifiuto a parlare in presenza di estranei; difficoltà a sostenere l’interazione visiva con l’interlocutore; assenza o forte riduzione di espressioni facciali; forte timidezza; tendenza a nascondersi e timore delle atlre persone.

Le parole chiave di fronte al mutismo selettivo sono: identificazione precoce e trattamento mirato individualizzato. Per quanto riguarda la famiglia, i genitori si trovano spesso molto confusi e preoccupati riguardo al fatto che il loro figlio/a si comporta molto diversamente nei diversi contesti (ad esempio con loro parla normalmente). Per aiutare concretamente la famiglia è bene avviare una sorta di parent-training volto alla psicoeducazione: fondamentale spiegare ai genitori in cosa consiste il disturbo, quali sono le sue caratteristiche e quali possono essere strategie concrete per una migliore gestione possibile del bambino/a. A questo proposito, ad esempio, è importante non forzare mai il bambino ad  una comunicazione verbale ed al contrario creare un clima di serenità ed accoglienza nel rispetto dei tempi del bambino (adottando anche comunicazione non verbale per riuscire ad entrare in contatto). Da un punto di vista dell’ambito scolastico, anzitutto è importante sottolineare che il mutismo selettivo rientra a tutti gli effetti nella definizione di Bisogni Educativi Speciali (BES). È bene che gli insegnanti, sia che ci troviamo alla scuola dell’infanzia che alla scuola primaria, cerchino di creare un clima sereno e privo di giudizio all’interno della classe. In questo senso è bene che promuovano attività non esclusivamente verbali, in modo tale da creare inclusione ed alleggerire l’ansia. Importante, inoltre, tenere presente che questo disturbo può talvolta essere associato a difficoltà nell’apprendimento. In ultimo, ma non per importanza, è fondamentale l’attivazione di un percorso clinico specialistico mirato ed individualizzato. L’intervento psicologico che sembra essere scientificamente più efficace è quello di tipo cognitivo-comportamentale, in cui il terapeuta mette in atto una serie di strategie per ridurre l’ansia e motivare il bambino nelle verbalizzazioni. Fondamentale è l’instaurarsi di una relazione di fiducia ed alleanza con il bambino e con la sua famiglia.

Cosa sono i D.S.A.? I Disturbi Specifici dell’Apprendimento: scopriamoli insieme

I D.S.A., sigla italiana per Disturbi Specifici dell’Apprendimento, fanno parte della categoria dei disturbi del neuro-sviluppo. Questo gruppo di disturbi ha un’origine neurobiologica e riguarda abilità strumentali specifiche quali leggere, scrivere e manipolare/utilizzare i numeri.

Sono definiti specifici, proprio perché si verifica una selettiva compromissione a carica di una o più abilità (lettura, scrittura o calcolo) lasciando intatto il funzionamento intellettivo generale, che appunto è normale.

I D.S.A. sono 4: dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia.
La dislessia è il disturbo della lettura e si esprime in una significativa difficoltà nella decodifica del testo scritto. Il bambino/ragazzo può avere difficoltà sia nell’accuratezza (commette errori quali sostituzione/inversione/omissione di lettere; fusione o separazione di parole; salto di riga o di parole) che nella velocità (lettura molto lenta rispetto alla norma). Può essere o meno associata alla dislessia la difficoltà nella comprensione di quanto viene letto (comprensione del testo).

La disortografia consiste nel disturbo specifico della scrittura che si esprime a livello della compitazione del testo. Il bambino/ragazzo commette errori ortografici (omissione/sostituzione/inversione di lettere; uso dell’“h”; doppie; fusione o separazione di parole).

La disgrafia è il disturbo specifico della scrittura che si esprime a livello della grafia, ovvero degli aspetti grafo-motori. Il bambino/ragazzo fatica nella realizzazione del tratto grafico funzionale alla scrittura. Quanto scritto risulta sostanzialmente non intellegibile da parte di una persona terza e nemmeno da parte del bambino/ragazzo stesso.

La discalculia è il disturbo specifico delle abilità relative al mondo dei numeri e del calcolo. Il bambino/ragazzo presenta difficoltà nel calcolo a mente (anche con numeri entro il 10), nel recupero di fatti aritmetici (tabelline), nelle operazioni in colonna e nella risoluzione di problemi matematici. Possono esserci carenze sia da un punto di vista dell’accuratezza che della velocità.

L’incidenza di tali disturbi sembra essere intorno al 3-4% degli studenti italiani. Sembra esserci una prevalenza nel sesso maschile.

La valutazione e diagnosi di tali disturbi può essere fatta in Italia da psicologi esperti in neurosviluppo, specialisti in neuropsicologia e neuropsichiatri infantili. La normativa circa il processo di certificazione (ai fini di ottenere quanto previso dalla L.170/2010) è differente nelle diverse regioni italiane. Per quanto riguarda l’Emilia-Romagna, la diagnosi/certificazione può essere rilasciata da psicologi/enti privati, sebbene sia necessaria una convalida da parte della commissione preposta del servizio di Neuropsichiatria infantile territoriale dell’ASL (iter “burocatico”, senza che il bambino debba essere rivisto/rivalutato).

Il processo valutativo prevede un’accurata anamnesi con i genitori che indaghi storia scolastica/clinica/personale del bambino/ragazzo e la somministrazione di test clinici standardizzati per la valutazione degli apprendimenti (test di lettura/scrittura/matematica), per la valutazione del funzionamento cognitivo (ad esempio: test delle Matrici di Raven; WISC-IV) e per la valutazione del profilo neuropsicologico (memoria, attenzione, funzioni esecutive, ragionamento, abilità visuo-spaziali).

Un’identificazione precoce di tali disturbi è importante al fine di attivare subito un progetto riabilitativo individualizzato, così da ridurre l’impatto funzionale del disturbo nella vita della persona.

Una volta concluso il progetto di valutazione ed emessa una diagnosi di D.S.A., la certificazione può essere consegnata a scuola dalla famiglia e questo attiva una serie di misure compensative e dispensative a tutela dello studente, che verranno racchiuse e messe per iscritto nel P.D.P. (Piano Didattico Personalizzato) (L.170 del 2010). Tali misure hanno l’obiettivo di porre lo studente in condizioni di esprimere a pieno il proprio potenziale di apprendimento.

E’ bene tenere in considerazione che spesso i D.S.A. si presentano associati ad altri disturbi del neuro-sviluppo quali ad esempio l’ADHD (Deficit di attenzione/iperattività) o a disturbi emotivi (ansia scolastica, depressione, bassa autostima). Per questo un processo di valutazione completa ed integrata (équipe di specialisti) risulta di fondamentale importanza clinica.

Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido.

A. Einstein

Le demenze: cosa sono, quali sono i principali sintomi e le cause, quali trattamenti possibili?

Che cos’è la demenza? La demenza, o deterioramento cognitivo, è una condizione clinica caratterizzata da un lento e progressivo declino delle funzioni cognitive (memoria, attenzione, linguaggio, funzioni esecutive), tali da interferire in modo significativo con il normale svolgimento della vita quotidiana. Continua a leggere “Le demenze: cosa sono, quali sono i principali sintomi e le cause, quali trattamenti possibili?”

Sclerosi multipla e sintomi cognitivi

I disturbi cognitivi sono relativamente frequenti nelle persone con SM: si stima che siano presenti in una percentuale intorno al 60%.

Tali deficit riguardano principalmente la memoria, l’attenzione, le funzioni esecutive (capacità di pianificare un’azione composta da diversi passaggi), il ragionamento astratto e abilità percettive (visuo-spaziali).

I sintomi cognitivi nella SM sono spesso sottovalutati e non correttamente riconosciuti, tuttavia possono influire notevolmente la qualità di vita dei pazienti, in particolare incidono nelle relazioni con gli altri e in ambito lavorativo. E’ dunque fondamentale una corretta valutazione neuropsicologica per l’individuazione dei deficit cognitivi ed il loro monitoraggio nel tempo: essa consiste nella somministrazione di test standardizzati e validati che misurano la funzionalità cognitiva. La riabilitazione neuropsicologica è ad oggi uno dei metodi più efficaci nel contrastare l’impatto dei sintomi cognitivi sul funzionamento della persona. L’obiettivo del trattamento è quello di favorire l’autonomia della persona con SM e può essere perseguito in due modi principali: esercitare la funzione cognitiva danneggiata al fine di ripristinarne per quanto possibile la funzionalità oppure addestrare la persona ad una serie di strategie di tipo compensativo (ad esempio l’utilizzo di un’agenda per compensare difficoltà di memoria).

 

Psicologa dott.ssa Arianna Andreani, specializzanda in Neuropsicologia e Psicoterapia

📞 3400628234

Sclerosi multipla e sostegno psicologico

La sclerosi multipla è una malattia autoimmune cronica demielinizzante, che colpisce il sistema nervoso centrale causando un ampio spettro di segni e sintomi (neurologici, fisici e cognitivi). Ad oggi, non esiste una cura, ci sono alcuni trattamenti farmacologici in grado di evitare nuovi attacchi e di prevenire/rallentare la disabilità.

Numerosi studi sono stati condotti sul disagio psicologico che si può presentare in persone con SM e sono stati identificati principalmente: disturbi d’ansia e di somatizzazione, disturbi bipolari e psicosi e depressione (quest ultimo risulta essere il più frequente).

Il momento di comunicazione della diagnosi di tale patologia comporta subito nel paziente una intensa crisi psicologica, per il carattere cronico e degenerativo della malattia, caratterizzata da una serie di emozioni tra cui  la paura, la frustrazione, il senso di impotenza, il senso di colpa ma anche la rabbia e l’aggressività. I pazienti si ritrovano improvvisamente disorientati, in una situazione di estrema incertezza ed imprevedibilità che destabilizza fortemente non solo loro ma anche la loro cerchia familiare  (figli, genitori, compagni).

Per questi motivi è di fondamentale importanza il ruolo del sostegno psicologico alla persona con SM (e al nucleo familiare), sin dal momento della comunicazione della diagnosi di malattia e nei primi anni di malattia. Tale sostegno si prefigge come obiettivo il maggior benessere possibile della persona e deve passare dall’accettazione della patologia. 

 

Psicologa dott.ssa Arianna Andreani, specializzanda in Neuropsicologia e Psicoterapia

📞 3400628234

 

Settimana del Cervello 2018: iniziative gratuite per l’età evolutiva e per gli adulti

Il Centro di Psicologia e Neuropsicologia di Cesena partecipa alla Settimana del Cervello-Brain Awarness Week 2018, la Dott.ssa Arianna Andreani (psicologa ad indirizzo neuropsicologico) e la Dott.ssa Giulia Amaducci (psicologa ad indirizzo clinico) propongono incontri gratuiti rivolti all’età evolutiva e agli adulti.

Per l’età evolutiva sarà affrontato il tema dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento attraverso un incontro di gruppo che si terrà Martedì 13 Marzo ore 21:00 nella sede del Centro in Via San Martino 7/d, Cesena.

Per gli adulti saranno proposti due incontri, il primo sulla memoria “Memoria: come funziona e come si modifica nell’arco della vita” che avrà luogo Lunedì 12 Marzo alle ore 21.00 presso la sede del Centro in Via San Martino 7/d ed il secondo sull’ansia “Ansia: cos’è, come agisce, come affrontarla” che si terrà Mercoledì 14 Marzo alle ore 21:00 presso il ristorante Fuoriporta di Cesena, Piazzale Enrico Berlinguer, 100

Sabato 17 Marzo ore 16.00, presso la sede del Centro, avrete la possibilità di partecipare ad un incontro di gruppo sul Rilassamento per scoprire insieme la connessione mente-corpo.

Infine, Sabato 17 Marzo ore 18.30 le dott.sse Arianna Andreani e Giulia Amaducci vi aspettano al Bar Ex Café (Via Mulini, 27 – Cesena) per un “Aperitivo con lo psicologo” con lo scopo di discutere insieme di social network e relazioni sociali.

Per una migliore organizzazione degli eventi è richiesta la prenotazione.

Contatti: info@cpncesena.com / 3400628234-3497708441  / http://www.settimandelcervello.it